Archivio della Categoria 'cineMartedì'

Non è proprio un film…

Martedì 20 Novembre 2007

paolini_sergente.JPGNon è proprio un film, forse è qualche cosa di unico, un genere inventato e che pochissimi finora sono riusciti a imitare.
Marco Paolini torna sul piccolo schermo con un memorabile monologo tratto dal Sergente nella Neve di Mario Rigoni Stern. Particolare l’ambientazione scelta, una cava dismessa nei pressi di Zovencedo, un piccolo comune ai piedi dei Colli Berici. E’ un soldato Paolini, che affronta la difficoltà di tenere un pubblico infreddolito, seduto per due ore e mezza nell’anfiteatro ricavato sulla pietra della cava. Ma oltre ai 500 presenti, il bravo attore, è riuscito a incantare oltre un milione di italiani che da tempo desideravano una TV così diversa, una televisione di qualità. Questa particolare forma d’arte nient’altro è se non il raccontare la nostra Storia attraverso le persone che l’hanno vissuta e ne hanno fatto memoria come il Sergente di Asiago. La guerra in Russia, permette a Paolini di descrivere la natura, la neve e il ghiaccio con quella fisicità che ci aveva trasmesso in Vajont. Il freddo è davvero un elemento che caratterizza l’atmosfera della scena e il pubblico visibilmente “congelato” è rapito dall’interpretazione sempre carica di immagini e parole. La fantasia di ricreare suoni come i spari dei fucili attraverso una macchina da scrivere, o il calpestio della neve durante la lunga marcia dei soldati, sono accorgimenti di un’artista che vuole abbracciare il massimo coinvolgimento del spettatore: a volte stordendo con rappresentazioni surreali e vicine alla pazzia; altre volte commuovendo raccontando la semplicità e fragilità di ogni persona; altre volte ancora, perfino in una situazione così disperata come la guerra, riesce a scovare situazioni comiche dei personaggi che aiutano a scaldare l’aria della cava aiutando l’ascolto e facendo dimenticare, per un attimo, il freddo della Russia.

La ricerca della felicità

Martedì 13 Novembre 2007

imm.jpgVisto che il tema di questi giorni su LiberAct, è la precarietà, propongo un “filmetto” niente male…

La ricerca della felicità, è un film sulla perdita di Chris Gardner (W.Smith) di tutti i risparmi messi da parte dopo la faticosa vendita di costosi apparecchi medici. Chris non è un nulla facente e nemmeno un “buono a nulla”, è semplicemente un padre con un bambino di 5 anni, abbandonato dalla moglie stufa di fare i doppi turni per mantenere un marito senza lavoro. Voler dedicarsi interamente al figlio, non volergli far mancare nulla, farlo sentire felice nonostante tu sia un fallito, questo la società non lo accetta. E’ un lento discendere nella povertà più assoluta, fino a quando apri il tuo portafoglio, e vedi che sono rimasti solo 2 pezzi da 5 dollari e sai che finiti quelli no ci sarà altro… La forza però a Chris non manca e le corse a piedi in mezzo al traffico della città, tra l’ufficio e l’asilo, rappresentano il voler reagire all’abbandono, cercando la felicità in un lavoro stabile che permette il sostenere le fatiche della quotidianità. Ovviamente i sogni si frantumano nella parola, stage aziendale. Subendo mesi e mesi di lavoro gratuito, e un dentro e fuori nei centri di accoglienza per barboni, alla fine Chris riuscirà a dimostrare le sue capacità ma soprattutto il suo sogno di felicità a cui ha sempre creduto. Riesce a superare l’esame finale dello stage e viene assunto dall’azienda iniziando così una nuova vita. Colpisce molto la scena finale dove si percepisce come tutto è concentrato sull’avere o non avere uno stipendio per vivere, non esistono amici che ti aiutano nella difficoltà o che consigliano come venirne fuori, no, te la devi cavare da solo. Colpisce però come la sceneggiatura ha voluto privilegiare il particolare rapporto tra padre e figlio, ricopiando in (molta) lontananza, quello che c’era nella Vita è Bella di Benigni e dove al di sopra dei soldi è fondamentale e ha più valore, l’amore e l’affetto.

La sottile linea rossa

Martedì 23 Ottobre 2007

sottile_linea_rossa1.jpgLa Sottile Linea Rossa, ovvero il fragilissimo confine che separa l’uomo dalla pazzia. E’ questo forse il significato che T.Malick attribuisce alla guerra, condannandola con un film bello e importante. Il regista ha una storia particolare che meriterebbe proprio film da quanto è misteriosa e particolare: Filosofo e figlio di petrolieri è un regista fantasma; raramente si vedono pubblicate sue foto e quasi mai rilascia interviste al pubblico; 4 film in tutta la sua carriera (di media uno ogni 10 anni). La natura è protagonista in questo film di uomini contro. Partendo dal mare fino alla montagna, è questa la missione di un battaglione di soldati americani durante la Seconda Guerra Mondiale, che a Guadalcanal devono conquistare l’isola in mano ai Giapponesi. Non centrano i buoni e i cattivi, la storia, le tattiche politiche o la tecnologia delle armi, in questa guerra centrano solo gli uomini e la natura. Impressionate è la sequenza dell’assalto alla collina, un “mare” di erba altissima dove il vento crea un effetto di onde, i soldati sembrano incantati da questo fenomeno e tutto aiuta a percepire il pericolo, ciò che fa paura come la morte. E’ molto profondo come film e risulta lento e noioso se anche lo spettatore non sceglie di entrare in guerra a fianco dei soldati che sentono le pallottole sfiorargli l’elmetto. Le continue incursioni della foresta, dell’acqua e degli animali che compongono il terreno di battaglia, fanno percepire la distinzione da ciò che salva e ciò che uccide, da ciò che crea e ciò che annienta. La quantità di attori è notevole ed è strabiliante vedere come il regista, è riuscito a parlare della vita di ognuno estraendone un significato e una caratteristica, che lega quella piccola vita all’intera storia del film, come una catena che ad ogni soldato caduto si spezza.
Un raro film di guerra dove l’urlo di dolore è più forte dello sparo di un cannone.

On tv: ven, 26/10 - 23:20, Retequattro

centochiodi

Martedì 16 Ottobre 2007

100chiodi.JPGStufo della sua vita, un giovane Filosofo delle Religioni docente presso un’università italiana, abbandona il lavoro inchiodando al pavimento della biblioteca, antichi libri e manoscritti. Con questo gesto estremo inizia per il “professorino”, una liberazione da tutto il superfluo che lo circonda: arrivato con la sua auto sportiva ai margini del fiume Po, lancia da un ponte chiavi, giacca e portafoglio. La fase di trasformazione si realizza nella scelta di un rudere come nuova abitazione. Con l’aiuto dei simpatici abitanti delle sponde del fiume lo ristruttura e come un eremita inizia una vita a stretto contatto con la natura e…l’uomo. Tutto sembra rinnovato nella vita del “professorino”, ma le ricerche di chi ha inchiodato i libri continuano e si concretizzano con lo sgombero del popolo dalle baracche lungo il fiume, dove viene scoperto e arrestato. Questo S. Francesco del Po, rappresenta un interessantissimo uomo moderno, stufo della società in cui vive che non si rende conto di ciò che è veramente importante nella realtà di ogni giorno. Olmi, tornato tra “la sua gente”, si destreggia alla grande nel rendere la normalità delle persone, semplici, quelle di paese, un ingrediente di umorismo e tenerezza che rende il film fragrante di umanità. La scelta di rappresentare spesso con immagini e dialoghi la storia di Gesù, è la manifestazione della profonda spiritualità del regista e del suo voler testimoniare al pubblico l’importanza della Fede in questo tempo buio e di facile smarrimento. Sintesi di questa espressione è la scelta di chiudere il Film con un bambino, che vede per ultimo il Prof. Gesù allontanarsi sorridendo con un vestito nuovo, e correre con la sua bicicletta per raccontarlo alla gente in paese che in attesa di qualcuno si sta preparando a festeggiare…

Cardiofitness

Martedì 9 Ottobre 2007

cardiofitness.JPGApprofittando dei nuovi appuntamenti con il “Buio in Sala”, proposti dal Sinodo dei Giovani della Diocesi di Vicenza, per chi si ha perso il primo film Cardiofitness proveremo a riproporgli qualche sensazione e frammento di pellicola.
E’ un film italiano e giustamente essendo un film italiano, è ambientato nel Sud Italia. I protagonisti sono un ragazzo di 14 anni e una ragazza di 27.Frequentando la stessa palestra (fitness) si innamorano perdutamente (cardio), e anche se l’amore non ha età, per loro inizia un periodo difficile. Ovviamente i primi avvoltoi ad approfittarne della situazione sono gli amici, che trasmettendo un misto tra invidia, sostegno e affetto, cercano in tutti i modi a convincerli che stanno facendo una pazzia e allo stesso tempo di andare a letto insieme. Questa situazione di età molto diverse, con l’obiettivo unico del tutto e subito e dimenticare al più presto la cotta presa, non è di grandissimo aiuto per i due innamorati che iniziano a prendere delle decisioni solo ascoltando il cuore e vivendo, spesso con molta sofferenza, gli ostacoli che man mano gli si presentano davanti.Condito da una piacevole colonna sonora, il film anche sull’onda dei più sfacciati 3 m sopra il cielo, Scrivilo sui muri, Notte prima degli esami (…e mi fermo perché la produzione è industriale), Cardiofitness riesce a distinguersi per la simpatia dei personaggi e il ritmo della sceneggiatura. Non avendo nessuna ambizione nel descrivere gli adolescenti di oggi o la crisi dei trentenni e altri fenomeni sociali, il film presenta i suoi punti di forza proprio nella leggerezza del racconto, e nel descrivere fin dall’inizio un amore impossibile, che visto attraverso gli occhi e il cuore dei due ragazzi innamorati diventa estremamente reale.

Riflessione e cinema

Martedì 2 Ottobre 2007

buioinsala.JPGIl cinema tra le altre cose è anche un “momento” di riflessione. S può andare al cinema anche per cercare di raccogliere qualcosa di più che un’oretta e mezza di svago e spensieratezza. Non che qualche serata di spensierata gaiezza al cine faccia male, ma saper cogliere anche le occasioni in più che il sala di proiezione offre non è malaccio. Allora do spazio a questa iniziativa, un cineforum in 4 puntate che ha luogo questo ottobre in quattro sale del vicentino. La proposta, oltre al film, prevede la presentazione con un esperto della tematica che i 4 film affrontano. L’ingresso è libero, non mi resta che augurare buona visione!

Babel

Martedì 25 Settembre 2007

babel.JPGTutto inizia con un fucile nelle montagne del Marocco. 2 ragazzi pastori di un gregge di capre, iniziano a giocare sfidandosi a chi spara più distante, mirando una corriera che in quel momento sta passando nel fondo valle. Nel pulman turistico, c’è una coppia americana in crisi dove con un viaggio in queste terre desolate, cerca di ritrovarsi e di superare un pesante lutto. All’improvviso un proiettile fora il vetro e colpisce la donna, nel mezzo del deserto, inizia per il marito una disperata ricerca di aiuto nel volerle salvare la vita. Sembrerà strano, ma questo è solo l’inizio di una delle 3 storie (in 3 continenti diversi), raccontate in continui spezzoni e flash back, che un po’ alla volta fanno incontrare i vari protagonisti, ognuno costretto in questo incontro, a trovare un modo per uscirne sano e salvo. Alejandro González Iñárritu, il regista, dopo il suo 21 grammi, ci ha abituati a questo duro e paziente lavoro di film puzzle, dove prima di completare l’intero quadro della storia si è “costretti” ad analizzare ogni dettaglio, ogni pezzo di vita con immagini frenetiche e nessun fotogramma è messo a caso. Non si può dire che tutto ha un senso ma purtroppo, spesso, quello che viene rappresentato è vero. E’ davvero una Babele il mondo che ci viene presentato, scontri nelle diversità, un linguaggio che non è solo incomprensibile, a volte proprio non esiste. Babel può assomigliare ad uno spaccato antropologico, che fa intravedere quanto ancora siamo lontani in questa terra, e nonostante l’unica lingua compresa da tutti i personaggi del film è quella dei sentimenti, spesso il regista ci rinuncia mostrando immagini, volti, suoni e poche parole.