Non è proprio un film…
Martedì 20 Novembre 2007Non è proprio un film, forse è qualche cosa di unico, un genere inventato e che pochissimi finora sono riusciti a imitare.
Marco Paolini torna sul piccolo schermo con un memorabile monologo tratto dal Sergente nella Neve di Mario Rigoni Stern. Particolare l’ambientazione scelta, una cava dismessa nei pressi di Zovencedo, un piccolo comune ai piedi dei Colli Berici. E’ un soldato Paolini, che affronta la difficoltà di tenere un pubblico infreddolito, seduto per due ore e mezza nell’anfiteatro ricavato sulla pietra della cava. Ma oltre ai 500 presenti, il bravo attore, è riuscito a incantare oltre un milione di italiani che da tempo desideravano una TV così diversa, una televisione di qualità . Questa particolare forma d’arte nient’altro è se non il raccontare la nostra Storia attraverso le persone che l’hanno vissuta e ne hanno fatto memoria come il Sergente di Asiago. La guerra in Russia, permette a Paolini di descrivere la natura, la neve e il ghiaccio con quella fisicità che ci aveva trasmesso in Vajont. Il freddo è davvero un elemento che caratterizza l’atmosfera della scena e il pubblico visibilmente “congelato” è rapito dall’interpretazione sempre carica di immagini e parole. La fantasia di ricreare suoni come i spari dei fucili attraverso una macchina da scrivere, o il calpestio della neve durante la lunga marcia dei soldati, sono accorgimenti di un’artista che vuole abbracciare il massimo coinvolgimento del spettatore: a volte stordendo con rappresentazioni surreali e vicine alla pazzia; altre volte commuovendo raccontando la semplicità e fragilità di ogni persona; altre volte ancora, perfino in una situazione così disperata come la guerra, riesce a scovare situazioni comiche dei personaggi che aiutano a scaldare l’aria della cava aiutando l’ascolto e facendo dimenticare, per un attimo, il freddo della Russia.

Visto che il tema di questi giorni su LiberAct, è la precarietà , propongo un “filmetto” niente male…
La Sottile Linea Rossa, ovvero il fragilissimo confine che separa l’uomo dalla pazzia. E’ questo forse il significato che T.Malick attribuisce alla guerra, condannandola con un film bello e importante. Il regista ha una storia particolare che meriterebbe proprio film da quanto è misteriosa e particolare: Filosofo e figlio di petrolieri è un regista fantasma; raramente si vedono pubblicate sue foto e quasi mai rilascia interviste al pubblico; 4 film in tutta la sua carriera (di media uno ogni 10 anni). La natura è protagonista in questo film di uomini contro. Partendo dal mare fino alla montagna, è questa la missione di un battaglione di soldati americani durante la Seconda Guerra Mondiale, che a Guadalcanal devono conquistare l’isola in mano ai Giapponesi. Non centrano i buoni e i cattivi, la storia, le tattiche politiche o la tecnologia delle armi, in questa guerra centrano solo gli uomini e la natura. Impressionate è la sequenza dell’assalto alla collina, un “mare” di erba altissima dove il vento crea un effetto di onde, i soldati sembrano incantati da questo fenomeno e tutto aiuta a percepire il pericolo, ciò che fa paura come la morte. E’ molto profondo come film e risulta lento e noioso se anche lo spettatore non sceglie di entrare in guerra a fianco dei soldati che sentono le pallottole sfiorargli l’elmetto. Le continue incursioni della foresta, dell’acqua e degli animali che compongono il terreno di battaglia, fanno percepire la distinzione da ciò che salva e ciò che uccide, da ciò che crea e ciò che annienta. La quantità di attori è notevole ed è strabiliante vedere come il regista, è riuscito a parlare della vita di ognuno estraendone un significato e una caratteristica, che lega quella piccola vita all’intera storia del film, come una catena che ad ogni soldato caduto si spezza.